Sfogliando: “I LUCERÍNE SÒ SARACÍNE? “


I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

120870070“I LUCERÍNE SÒ SARACÍNE? ”

Traduzione: “I lucerini sono saraceni?“.

Significato: Occorre sempre chiedersi se cose date per scontate siano tali.

Curiosità: Erano denominati Saraceni (dall’arabo Sarqa=Orientale) popoli di religione islamica, provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa Settentrionale, che invasero e occuparono la Sicilia per più secoli, facendo scorribande sulle coste italiane. Federico II di Svevia, divenuto Re di Sicilia, dal 1220 iniziò una pressante offensiva contro gli ultimi insediamenti musulmani dell’isola che minacciavano la stabilità del suo regno, per avere il totale controllo dell’isola. Per stroncare le ultime sacche di ribellione, Federico decise di deportare in massa, a più riprese, diverse decine di migliaia di arabi siciliani, insediandoli a Lucera, che divenne in breve tempo una “città orientale” di confine, al nord del suo regno in Italia. All’epoca, Lucera era una cittadina poco abitata e in decadenza, i cui fasti dell’età imperiale augustea erano solo un lontano ricordo. Lucera, che prese il nome arabo di Lugerash, subì un rinnovato sviluppo con moschee, edifici e costruzioni in stile arabo; l’economia locale subì un forte impulso per la presenza di capaci agricoltori, di carpentieri, mattonai, di provetti artigiani e di armaioli. La leggenda narra che per i trasporti fossero utilizzati cammelli e che i boschi intorno alla città fossero stati popolati da tigri, pantere e leopardi, per permettere una caccia “esotica”. I saraceni di Lucera, pur nella loro condizione di servi dell’Imperatore, godevano d’importanti “privilegi”: libertà di culto, conservazione delle usanze e tradizioni, mantenimento della loro organizzazione sociale e, perfino, una forma controllata di autogestione amministrativa. La comunità aveva un proprio capo, il “Kaid (lʹarcadio)”, che amministrava la giustizia ed esercita il potere esecutivo, rispondendo direttamente allʹimperatore, il quale esercitava i diritti d’imperatore suo tramite. Nel periodo della dominazione, Lucera ospitò un singolare istituto scientifico, la Dar al–‘il (letteralmente, casa della conoscenza), una sorta di polo, di laboratorio scientifico aperto ai dotti dell’epoca, che nulla aveva da invidiare a quella degli arabi di Spagna. La comunità araba di Lucera e Federico II furono legati da un patto di reciproca protezione e di fedeltà, che non venne mai meno durante tutto il suo regno e anche dopo, con i suoi ultimi discendenti. In caso di guerra, i saraceni lasciavano la zappa, l’aratro, le attività commerciali e artigianali, per diventare fedeli soldati del loro protettore. Erano guerrieri nati: bravissimi arcieri e famosi cavalieri. E anche uomini fidati, tanto che la guardia del corpo di Federico II, era formata solo di saraceni. Essi parteciparono, in Italia, a tutte le campagne sveve, distinguendosi soprattutto nella battaglia di Cortenova, contro la Lega Lombarda, e durante l’assedio di Brescia. La presenza musulmana a Lucera cessò di colpo con: la drammatica strage del 15 agosto 1300, per opera delle truppe angioine; la successiva morte, per fame, stenti e malattie, della popolazione rimanente, a seguito della deportazione della stessa in varie città del sud d’Italia, per essere venduta al mercato degli schiavi. Pertanto, dei saraceni a Lucera non resta nulla, se non il ricordo storico della loro presenza e che in quel periodo la città visse una fase di crescita e prosperità.


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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