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25 Giugno 2022
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Dialettando 270 – Modi di dire Lucerini

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lino-montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

DIALETTANDO 270

A Lucera non si dice “Quando c’è troppa abbondanza, allora iniziano gli sprechi” ma si dice
– “QUANNE U GRASSE È RREVATE NGANNE, AÈSSCE D’E RÉCCHJE“ – (Traduzione: Quando il grasso arriva in gola, esce dalle orecchie)

A Lucera non si dice “Non è semplice avere a che fare con gli anziani o con chi ha un disturbo mentale” ma si dice
– “VÍCCHJE E MATTE, NGE PÚJE CUMMATTE“ – (Traduzione: Con i vecchi e con i matti è difficile avere a che fare)

A Lucera non si dice “Sono alla rovina, non ho più niente” ma si dice
– “AGGHJE PÈRZE SICCHJE E PANARAZZE” – (Traduzione: Ho perso il secchio e il cesto)•

A Lucera non si dice “Questo lavoro non finisce mai” ma si dice
– “PARE A FABBRECHE SAMBÍTRE” – (Traduzione: Sembra la fabbrica di San Pietro) •

A Lucera non si dice ” È lento a muoversi e a lavorare” ma si dice
– “ÉJE NU CACCHJE MÚSSCE” – (Traduzione: È come organo maschile privo di vigoria)

A Lucera non si dice “La peggiore delusione è provocata dalle persone più care” ma si dice
– “U MÈGGHJE VÍNE SE N’È JJÚTE D’ACÍTE“ – (Traduzione: Il miglior vino è diventato aceto)

A Lucera non si dice “Per trovare lavoro, devi rivolgerti ala persona giusta” ma si dice
– “A QQUÀ CE VOLE ‘NA CHIAVA FORTE” – (Traduzione: Qui ci vuole una raccomandazione efficace)

A Lucera non si dice “Sta facendo un grosso sforzo mentale per risolvere un problema” ma si dice
– “SE STÀ MAGNANNE I CEREVÈLLE” – Traduzione: (Si sta consumando il cervello)

A Lucera non si dice “Se molti parlano di un fatto, qualcosa è certamente accaduto “ ma si dice
– “QUANNE ‘NDRONE, DA QUACCHE VANNE CHJÓVE“ – (Traduzione Quando tuona, da qualche parte piove)

A Lucera non si dice “Dobbiamo fare attenzione a quello che diciamo” ma si dice
– “A QQUÀ ÀMMA STÀ CHE PPÚNDE E VVIRGÚLE “ – (Traduzione: Dobbiamo stare con il punto e virgola)

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COPERTINALINO MONTANARO E LINO ZICCA, ECCO IL NUOVO LIBRO

Ci siamo! Finalmente la tipografia Grafiche Catapano ha finito di stampare il nuovo libro di Lino Montanaro & Lino Zicca: “LUCERA DI UNA VOLTA ” che raccoglie oltre 120 brani di storia sommersa relativi a modi di dire, usanze, credenze, che riguardano pratiche religiose, usanze del ciclo della vita, pratiche e forme di magia, valore e svolgimento di feste religiose e civili, metodi per prevedere il tempo durante tutto l’arco dell’anno, scuola, personaggi, luoghi, giochi ed altro della Lucera di una volta.

Com’è possibile prenotarlo?

Il libro è disponibile presso Libreria Catapano in Viale Dante Alighieri, 1 a Lucera. E’ anche possibile prenotarlo direttamente da questa pagina, inviando un’email a: montanaro.lino@libero.it

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

[LINO MONTANARO BIOGRAFIA E PUBBLICAZIONI PRECEDENTI]

 

 

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