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23 Settembre 2021
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Dialettando – “A Lucera si dice 50”, parole o espressioni, composte da più elementi che assumono un significato inaspettato

Dialettando, modi di dire lucerini

Lino Montanaro“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.

Anche nel dialetto lucerino esistono parole o espressioni, composte da più elementi, che presi singolarmente hanno un significato ben individuato, ma insieme assumono un significato del tutto inaspettato.

Esempi ci sono dati dai modi di dire formati con la parola “CAPE”.

Eccone alcuni esempi:
• CAPE DE MAGGHJE = persona dura di comprendonio;
• CAPE DE PÚRCHE = individua l’aspetto fisico di una persona;
• CAPE O VÍNDE = persona che manca di giudizio;
• CAPE SCAPECERRÁTE = persona dal comportamento stravagante;
• CAPE TÚSTE = persona ostinata con scarsa elasticità mentale
• CAPE DE PÈZZA ARZE = persona che sostiene tutto con violenza, agisce senza riflettere, andando subito in collera;
• CAPE DE CHJÚMME = persona cocciuta; • CAPE DE MÚLE = individua il quoziente intellettivo del soggetto in questione;
• CAPE STORTE = persona molto incazzata;
• CAPE DE CA… = persona sciocca e ignorante, senza nessun valore;
• CAPE DE PÈZZE = individua le suore;
• ‘NA CAPE DE CHJANDE = si riferisce a un racconto che ha destato profonda emozione;
• ‘NA CAPE DE CHJACCHJERE = indica quando che si rimane completamente sfiniti ascoltando certi discorsi;
• ‘A CAPE DE SÓTTE, FACE PÈRDE ‘A CAPE DE SÓPE = l’eccitamento che non fa capire più niente;
• ‘A CAPE CHE NEN FACE PEDÚCCHJE ÉJE CAPE DE FENÚCCHJE = Chi meno ha, meno è esposto a possibili pericoli.

 

REGOLE DI PRONUNCIA

Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.

1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).

2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).

3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).

4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.

5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).

6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).

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