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Pillole di Storia, Spigolature: VÍNE A QQUÀ CHE NDE FAZZE NÍNDE

Queste parole erano dette spesso e racchiudono una scena di vita quotidiana della Lucera di una volta. Possono essere comprese, a fondo, solo da quelli di qualche generazione:un terribile metodo educativo.

Allora, la maggior parte delle famiglie aveva tanti figli e il compito educativo dei genitori era difficilissimo, soprattutto quello della mamma perché su di essa gravava principalmente il compito dell’educazione dei figli.

Per raggiungere questi obiettivi la severità era proverbiale, con l’utilizzo di metodi educativi che anche solo la metà oggi basterebbe a incarcerare madre e padre e farli additare come mostri da prima pagina.

Víne a qquà che nde fazze nínde era seguito da un racconto, che, nei minimi particolari, esponeva cosa sarebbe successo dopo. Immancabilmente le mamme lucerine non sbagliavano mai di una virgola, perché poi arrivava sempre quanto promesso. Erano indubbiamente donne precise e di parola.

La scena che ne seguiva aveva una sua liturgia ben definita: ovviamente i ragazzi, per esperienza passata, non abboccavano e cominciava il girotondo intorno al tavolo della cucina, che, di colpo, diventava il migliore amico, con una mamma sempre infuriata che rincorreva i propri figlioli.

Scappare non serviva a niente perché le mamme non si limitavano a rincorrere, ma utilizzavano, contemporaneamente, anche pezzi di “artiglieria”. .
Di seguito se ne elencano alcuni:
u chianílle, strumento volante costituito da una ciabatta lanciata con forza e maestria a mezz’altezza o parallelo al terreno (tèrra tèrre), per colpire le spalle o gli stinchi, oggi si direbbe che era a individuazione termica, una volta lanciata ti seguiva ovunque; Sulla scorta del lancio della ciabatta, hanno poi hanno inventato i droni.
u bbattepanne, attrezzo scomparso ormai dalle nostre case. Gli ultimi ad averlo assaggiato forse è stata la generazione degli anni 60′, strumento dolorosissimo perché si veniva colpito dappertutto;
u laghenatúre, altro metodo utilizzato raramente perché il mattarello provocava ammaccature non indifferenti e ti lasciava sanguinante al suolo;
‘a mazze d’u ratavìlle, che all’epoca era il manico di legno dello spazzolone il metodo più utilizzato, che lasciava segni (facève rumanì i cherdúne) sulle braccia (‘mbacce i vrazze) e sulle gambe (sóp’i cósse). Esso ti raggiungeva anche quando ci s’imbucava sotto il letto perché si veniva colpiti a casaccio con sempre il rischio di prenderselo in un occhio o nei denti, e, allora, conveniva ululare esagerando l’entità del danno subito in modo da impietosire la mamma furibonda.;
‘a cucchjarèlle), metodo usato quando si toccava qualcosa che non era permesso e che consisteva in fulminei colpi sulle dita del malcapitato, provocando un dolore lancinante e dove il rosso che magicamente rimaneva sul cucchiaio non era sugo;
u zúcchele, metodo che univa l’aerodinamicità della ciabatta con la durezza del mattarello. Le mamme si astenevano il più delle volte da usarlo, in quanto poteva causare provocava una corsa in ospedale per mettere i punti di sutura a una testa rotta.

Succedeva, però, che la furia delle mamme aumentava in maniera esponenziale perché u chianílle seguiva una traiettoria facilmente evitabile, u bbattepanne si rompeva subito, ‘a mazze d’u ratavìlle poteva essere trattenuto per poi far partire una lotta all’ultimo respiro su chi avesse più resistenza. L’unica vera minaccia era iu laghenatúre, soprattutto sop’u cúle.

E se non erano soddisfatte di cotanta educazione mostrata, partiva l’asso nella manica: quanne torne patete t’à bbúscke púre u rìste”.

Il capo famiglia, nelle poche occasioni, in cui era richiesto il suo intervento, partecipava a colpi della cintura dei pantaloni “ ‘a curreje” che lasciavano duraturi segni sul corpo dei poveri malcapitati.

Questa era la realtà della Lucera, e non solo, di quei tempi. Si ricorreva a queste punizione, troppo esagerate, nella convinzione di responsabilizzare i figli e farli crescere con il rispetto di persone e cose..

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