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23 Settembre 2021
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Sfogliando: “PZOMBA PÍLA-PÍLE E MAMMETE TÉNE I PÍLE E CI CONDE VÚNE A VÚNE”

I proverbi e i modi di dire lucerini sono tanti. Di solito la loro origine è lontana e frutto di culture passate. Molto spesso hanno alle loro spalle un riferimento ben preciso, ovvero una storia e un significato, che non molti conoscono, dato che si tratta di detti appartenenti alla tradizione, alcuni scomparsi e altri poco in uso. Allora, non è mai troppo tardi per riproporli e questa rubrica offre un’opportunità piacevole, e speriamo interessante, per saperne di più.

“PZOMBA PÍLA-PÍLE E MAMMETE TÉNE I PÍLE E CI CONDE VÚNE A VÚNE”

zompapilapila

Traduzione: “Salto a pelo-pelo e tua madre ha i peli che conto a uno a uno“.

Significato: La pittoresca versione lucerina del gioco della cavallina.

Curiosità: ll gioco dei bambini è sempre figlio del tempo e si adatta all’ambiente sociale in cui si svolge. Oggi i giochi sono esclusivamente prodotti dalle industrie, e non richiedono fantasia ai ragazzi. Un tempo, invece, i giochi avevano nella creatività dei bambini l’elemento fondamentale. Essi si costruivano i giochi con i materiali che riuscivano a recuperare (carrettini, carriole, spade, archi, frecce, ecc). E, quando non utilizzavano niente, davano vita a giochi che favorivano la socializzazione. Poiché c’era solo la voglia di divertirsi e stare insieme con gli altri in “mezzo alla strada” o negli spazi aperti, dimostrando abilità e astuzia, come in questi giochi:

• MAZZE E PÍVEZE (la lippa): gioco praticato dai maschi con: un manico di scopa, ‘a mazze (la mazza), lungo una cinquantina di centimetri; e un pezzo di legno, u píveze (tronchetto), lungo non più di dieci centimetri, appuntito ai due lati. Il gioco consisteva nel far saltare in aria u píveze e colpirlo in volo c’à mazze, mandandolo il più il più lontano possibile, in una sfida a due che si svolgeva nel rispetto di determinate regole;

• ‘A FERCÈNELLE (la fionda): gioco abbastanza pericoloso, per la cui realizzazione occorrevano: un ramo biforcuto, due elastici, ricavati dalle camere d’aria delle ruote delle biciclette, un pezzetto di pelle, che si ricavava da scarpe o borse non più utilizzate, e un po’ di spaghetto. Ai ragazzi era utile per andare o Bbuschette (bosco di pini lungo le pendici del monte Albano su cui è situata la fortezza svevo-angioina) a caccia di uccelletti o per esercitarsi ai tiri di precisione, soprattutto sulle lucertole. Quando era usata per le strade, finiva sempre con lampade e vetri rotti e fughe precipitose dei responsabili;

• ‘A CAMBANE (la campana): un gioco amato soprattutto dalle bambine che consisteva nel disegnare per terra col gesso, ma anche col carbone, una grande griglia con nove spazi, con i numeri da 1 a 8 in fila per due e il 9 racchiuso in una lunetta a monte della griglia. Inoltre occorreva munirsi di un sassolino (preferibilmente colorato) non troppo grande e neppure troppo liscio, per evitare che, lanciato, scivolasse facilmente sulla superficie della griglia. La giocatrice o il giocatore tirava il sassolino in uno degli spazi e iniziava a saltellare su un piede, mettendolo in tutti gli spazi numerati, evitando di calpestare quello occupato dal sassolino, il quale doveva essere raccolto quando si faceva il percorso inverso per tornare alla base. Se, chi giocava, perdeva l’equilibrio, calpestava una riga, aveva perso. Vinceva chi finiva per primo tutto il percorso;

• ZOMBA PÍLA-PÍLE (la cavallina): un gioco che richiede la partecipazione di due squadre, formate da due o più elementi, una delle quali vace sòtte (va sotto) e l’altra vace sópe (va sopra). Il gioco inizia facendo la conta per stabilire il ruolo delle squadre. Quella che vace sòtte si dispone a cavalle (a cavallo), ossia con i giocatori chinati in avanti, uno attaccato all’altro in fila indiana. Con il primo che appoggia la testa sulla pancia d’a mamme (della mamma), cioè un giocatore che deve sedersi su un gradino o su un muretto, per proteggere e reggere la propria la squadra (generalmente la scelta ricade sul più robusto e forte). Quella che vace sópe è composta da i cavalìre (i cavalieri) che prendono lo slancio e, gridando rispettivamente: «zomba píla-píle e vúne», «zomba píla-píle e dúje» e «zomba píla-píle e ttrè», saltano sul cavallo cercando di lasciare spazio per facilitare i successivi salti degli altri cavalieri. Facendo attenzione a non toccare terra con i piedi e a non cadere; battendo, perciò, le mani per far vedere a tutti che ci si tiene in equilibrio. Un eventuale errore costringe i cavalìre a diventare cavalle e a stare sotto. La squadra di cavalle (dei cavalli) deve sopportare il peso di cavalìre (dei cavalieri) fino a quando il capo squadra non dice «uno, due e tre»; altrimenti tocca loro stare un’altra volta sotto. Ogni squadra ha diritto a tre salti, ma quelli non goduti, dopo l’errore, vanno a beneficio della squadra avversaria. Ai nostri giorni, a causa dell’aumento del benessere e del traffico non si può più giocare nelle strade e questi antichi giochi e tanti altri continuano a vivere solo nella memoria di persone perlopiù anziane.

Potrebbe interessarti anche la rubrica “M’Arrecorde” con tutti i giochi di una volta descritti da Ascanio Iliceto
Leggi qui -> www.lucera.it/ascanio-iliceto/


Rubrica di Lino Montanaro & Lino Zicca

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